• Shirll Weirdrow

Il Cristallo - Capitolo Primo

Cristina spalancò gli occhi.

Sopra di lei una lama di luce tagliava il soffitto, entrando dalla finestra socchiusa. All’esterno la notte era ancora fonda e una nebbia densa avvolgeva i lampioni di campo della Bragora, nel cuore di Venezia.

Nella stanza l’aria era fredda, le coperte erano scivolate a terra e le lenzuola si erano avvolte come un bozzolo attorno al corpo snello. Lottò per liberarsene e quando ne fu emersa un brivido le percorse la schiena sudata. Il sudore non era l’unica cosa che l’incubo le aveva lasciato: un’angoscia sorda le opprimeva il petto e nelle narici il ricordo del fumo acre le rubava il respiro.

Cercando di riprendere il controllo dei propri sensi, sollevò la mano sinistra e la portò davanti al volto. Dal palmo all’avambraccio la pelle era raggrinzita, pallida. La cicatrice della vecchia ustione scendeva ancora, verso il gomito, e scompariva sotto alla manica della camicia da notte. Cristina la fissò a lungo, cercando risposte a domande che non osava più porsi.

L’unica cosa che vi trovò, fu il ricordo delle fiamme che le mordevano la pelle, del calore che le entrava nelle ossa. Non esisteva nient’altro prima di quel fuoco. La mano ricadde pesante sopra al cuore che pulsava impazzito.

Si girò su un fianco, verso la foto incorniciata che la guardava dal comodino. Ritraeva una donna anziana dal portamento aristocratico, i capelli grigi raccolti in una crocchia fuori moda e una grossa spilla appuntata sulla camicia. Un fiocco nero si stringeva ad un angolo della cornice.

Dopo il fuoco, quel volto era il suo ricordo più lontano e vero, un ricordo che ora si riempiva di nostalgia.

Annarita, la donna del ritratto, era stata la sua complice, la sua custode, l’unica luce che l’avesse tenuta legata a quella vita e ad una famiglia che non era in grado di riconoscere. Da quando non c’era più, Cristina sentiva di essere sul punto di perdersi.

Le labbra le tremarono, incerte se tirarsi in un sorriso o incresparsi nel pianto. Il braccio sfigurato si protese verso la foto, le dita accarezzarono il vetro.

«Nonna, mi manchi tanto…»

Era ancora sveglia quando la radio al piano inferiore si accese con un bip e la voce di un dj si spanse per la casa.

La paura fece vibrare il suo corpo. Si tirò le coperte fino al mento e rimase immobile, ascoltando i movimenti degli zii che si preparavano ad uscire: l’acqua del bagno che scorreva, le stoviglie della colazione che tintinnavano, le voci. Se si fosse concentrata un po’, li avrebbe visti come se si fosse trovata lì con loro e avrebbe potuto ascoltare i loro pensieri.

Nascose la testa sotto le lenzuola e attese: nessuno sarebbe salito a metterle fretta. Se lei non desiderava trovarsi faccia a faccia con loro, i suoi zii erano altrettanto felici di dimenticarsi della nipote.

Non si mosse finché il grosso portone borchiato non si fu chiuso con un tonfo, lasciando la grande e vecchia casa nel silenzio. Accanto alla foto della nonna l’orologio digitale segnava le otto: aveva fatto tardi.

Saltò giù dal letto. Non c’era un tappeto a proteggere i suoi piedi dal freddo del pavimento in graniglia, ma ormai non vi faceva più caso. Tutta quella stanza spoglia era gelida quanto i suoi zii.

Corse in bagno.

Dalla parete un vecchio specchio macchiato la guardò con due occhi marroni che spiccavano su un ovale pallido e smunto. Cristina si contemplò per pochi istanti prima di lavare via la stanchezza dalla propria pelle. Domare i ruvidi capelli castani fu l’operazione che le richiese più tempo. A volte odiava quei capelli crespi, grossi, che forse i geni stranieri ereditati dal padre avevano reso refrattari a qualsiasi prodotto disponibile sugli scaffali dei supermercati italiani.

Indossò i primi abiti puliti che le capitarono sotto mano, afferrò lo zaino già pronto dalla sera prima e si precipitò fuori, nella uggiosa mattinata veneziana.

La nebbia aleggiava ancora tra palazzi e calli, rendendo incerti i confini del mondo. Da qualche parte una motonave segnalò la propria presenza con un fischio cupo, le rispose solo il rumore della risacca contro i pontili.

Riva degli Schiavoni era insolitamente deserta e Cristina dovette fare uno sforzo per non rallentare il passo, soccombendo alla pace che i momenti di solitudine crepuscolare riuscivano a donarle. I suoi occhi feriti dai bagliori delle esplosioni avevano faticato a riabituarsi alla pungente luce del sole, la sua mente troppo aperta mal sopportava il brusio continuo che permeava i luoghi abitati.

Con un sospiro si costrinse ad accelerare il passo e a lasciarsi quell’attimo di paradiso alle spalle. Raggiunta calle delle Razze, a un ponte di distanza da piazza San Marco, si sottrasse alla bruma infilandosi nella piccola saletta interna di un anonimo e confortevole bar.

Una ragazza dai capelli di un improbabile blu elettrico stava sfogliando un testo scolastico, sul tavolino c’erano due spremute d’arancia, un piattino con un croissant al miele e una fetta di torta mezza mangiata.

Si sedette davanti a lei. «Grazie, Becca.»

«Sei in ritardo» Becca diede un altro morso alla torta.

«Gli zii oggi si sono attardati più del solito…» Cristina si morse un labbro e guardò il bordo scheggiato del tavolo.

«Mica devi aspettare loro per…» la ragazza si interruppe. «Cris, devi smetterla con questa storia! Non ti mangiano se li incroci per casa!»

Cristina scrollò le spalle e si dedicò al croissant.

«Dico sul serio, Cris. Non è normale.»

«Da quando ti sembro normale?»

Becca sospirò. «Sai cosa intendo.»

«E tu sai cosa intendo io. Quando vedo mio zio so cosa pensa, so che mi guarda cercando di riconoscere in me qualcosa di mia madre e lo sento quando dubita che io sia sua nipote. Non mi ha mai vista come tale. E la zia è ancora peggio, gli rivolge certi sguardi e pensa che dovrebbero farmi fare il test del dna…»

Dietro alla frangia blu, gli occhi di Becca si fecero più profondi. «Non stare ad ascoltarli, quando sei con loro spegni l’interruttore e ignora quello che pensano.»

«Come se non ci avessi provato…» borbottò Cris.

«Senti, tua nonna ti ha riconosciuta e mi pare che loro neanche ti avessero mai vista prima dell’incidente, quindi che ne sanno? Sono solo incavolati perché devono dividere l’eredità, te lo dico io.»

Cristina scosse la testa e bevve un po’ della spremuta. Avrebbe voluto abbandonarsi alle rassicurazioni dell’amica, ma conosceva troppo bene la mente degli zii. Quando sua madre era tornata in Italia per presentarla alla famiglia, zio Vincenzo si era rifiutato di incontrarla. Solo Annarita aveva trascorso qualche giorno insieme alla nipote.

Poi c’era stato l’incidente. Vincenzo era certo che Annarita avesse riconosciuto la bambina solo perché non poteva sopportare di aver perso per sempre la figlia appena ritrovata.

Cristina però sapeva che la nonna era davvero convinta della sua identità. Era stata proprio quella sicurezza a difenderla dai dubbi che lei stessa aveva nutrito.

Ma adesso nonna Annarita non c’era più e prima o poi gli zii avrebbero richiesto quell’esame. Avere una famiglia che la odiava era doloroso, ma non averne nessuna era qualcosa che non osava nemmeno immaginare. Quando ci pensava, l’angoscia le rivoltava lo stomaco.

L’amica fissò per un po’ le sue occhiaie e il colorito pallido.

«Hai un aspetto orribile, sicura di stare bene?»

«No.» La fronte le si increspò e un brivido la scosse. Per poco non le scivolò il bicchiere di mano.

«Ancora l’incubo?»

Cristina annuì. «Sempre uguale. Dovrei averci fatto l’abitudine, invece mi sento uno straccio come ogni volta.»

Becca appoggiò il mento alla mano destra, mentre dava un morso alla torta. «Chissà, magari un giorno riuscirai a trovarci qualche indizio della tua vita passata.»

Cris scrollò le spalle. «Quella vita era in America e lì non potrò mai arrivarci. E anche se potessi andarci, zio Vincenzo non si è preoccupato di recuperare le cose di mia madre, probabilmente a quest’ora sarà già tutto sparito, venduto a qualche asta.»

Becca si sporse verso di lei. «Non stavo parlando di quello. Potrebbe essere il tuo subconscio a fornirti qualche ricordo mentre sogni, qualche immagine di quando eri piccola. Giusto per sapere che vita facevi, là negli Stati Uniti… Sarebbe bello, no?»

«No» Cris cacciò indietro il groppo che sentiva stringerle la gola. «La dottoressa Michiel dice che ormai le possibilità che ricordi qualcosa della mia infanzia sono inesistenti. Se poteva succedere, sarebbe accaduto da un pezzo. Non c’è più nulla, qui dentro.» Sospirò picchiettandosi la tempia con l’indice. «Non so nemmeno se ciò che sogno di notte siano ricordi reali. Forse sono fantasie nate da tutte le volte che ho sentito quella storia.»

«Hai iniziato ad avere quell’incubo quando eri ricoverata, no? Quindi non potevi averla sentita così spesso.»

Cristina la fulminò. «Va meglio se specifico ‘fantasie nate dai pensieri rubati a chi mi stava vicino’?»

Becca abbassò lo sguardo sul libro, girando qualche pagina a caso.

«Me lo confermi, vero?» cambiò argomento.

Cristina annuì. «Sì. Compito a sorpresa per oggi. Il prof ci pensa da una settimana, ieri andava a stampare i fogli con le domande.»

Le labbra di Becca si tirarono in un sorriso provocatorio. «Se mi hai fatto passare il pomeriggio a studiare per niente…»

«Quando mai ti ho delusa? Le domande che ci farà sono quelle che ti ho detto. Mi è bastato concentrarmi un minuto per trovarle, non aveva nemmeno provato a nasconderle.»

Il sorriso di Becca si allargò. «Perché qualcuno dovrebbe anche solo pensare di ‘nascondere’ una cosa che sta nel suo cervello, la sai solo tu.»

Cristina arrossì.

Becca chiuse il libro e lo infilò in un vecchio zainetto blu come i suoi capelli. «Forza, paghiamo e andiamo a scuola. Paola ci starà aspettando e quella è capace di entrare in ritardo anche se è là da mezz’ora.»

Proprio come previsto, l’amica le aspettava nel cortile della scuola, appoggiata al pozzo al centro della corte. La luce di un tablet si rifrangeva nella nebbia, illuminandole il volto e le dita sottili e finendo per trasformarla in un inquietante fantasma tecnologico.

«Avete studiato per il compito?»

Becca impallidì. «Zitta!» bisbigliò. «Se sospettassero che sapevamo del compito, potrebbero pensare che abbiamo imbrogliato in qualche modo!»

Paola fece una smorfia.

«Beh, potrebbero pensare che abbiamo rubato i fogli delle risposte, per esempio», si chiarì becca, «e noi non lo abbiamo fatto, quindi non metterci nei guai!»

La disapprovazione di Paola le uscì dai polmoni in un profondo sospiro. «Ve lo permetto solo perché sapere in anticipo le domande, non vi evita di dover studiare le risposte.»

Guardandole battibeccare, Cristina sentì sollevarsi parte dell’angoscia che la seguiva dall’alba. Erano le sue migliori amiche, le uniche persone al mondo a conoscere il suo segreto. Quando era con loro si sentiva quasi normale e tutto diventava semplice e leggero.

Becca afferrò entrambe per le spalle e le attirò a sé. «Mi raccomando, se il professore annuncia il compito in classe, infastiditevi come tutti.»

«Di cosa confabulate?»

La voce maschile le pietrificò. Ci volle qualche istante prima che lo sguardo assassino di Becca trafiggesse il ragazzo emerso dalla nebbia.

«Niente che ti riguardi, Federico.»

Federico sfidò quello sguardo con un sorrisetto sfrontato. «Se stai cercando di rubare l’intelligenza dalle due secchione, guarda che ti è andata male. Anzi, mi sa che stai instupidendo anche loro.»

Alle spalle di Becca, Paola sussultò e Cristina si morse un labbro. La ragazza dai capelli blu strinse i pugni e fece un passo verso il compagno di classe.

«Se vuoi attaccar briga, io sono sempre disponibile a farti nero, ma non offendere le mie amiche.»

«Altrimenti?»

Gli occhi di Cristina si mossero veloci dalla ragazza al compagno. Si infilò tra loro un attimo prima che Becca lasciasse partire il pugno che aveva caricato.

«Cosa volevi, Federico? Non ci cercavi solo per litigare, vero?»

Il ragazzo continuò a fronteggiare Becca, i suoi occhi grigi si mossero solo per sprofondare in quelli di Cristina, mentre le rispondeva. Le labbra si incurvarono in un sorriso che lasciava scoperti i denti bianchi e perfetti.

«In effetti no. Franz festeggia gli anni oggi e pensavamo di andare tutti insieme all’UCI. Danno quel film che voleva vedere. Siete dei nostri?»

Cristina incrociò lo sguardo con quello delle amiche. Paola scrollò le spalle e Becca, seppure imbronciata, accennò di sì col capo.

«Va bene, contate anche noi.»

Federico alzò il pollice. Prima di entrare a scuola le fece l’occhiolino.

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