• Shirll Weirdrow

Il Cristallo - Capitolo Secondo

La nebbia della mattina si era alzata del tutto e in lontananza si vedevano le luci di Murano che tremolavano nella notte. Cristina le osservava dal finestrino dell’autobus che la riportava a Piazzale Roma. Accanto a lei, Becca scriveva messaggi a raffica sul cellulare, mentre Paola, seduta di fronte, mandava nel panico più di un compagno elencando le risposte corrette del compito a sorpresa.

«Ti è piaciuto il film?»

Federico si era sporto dal posto dietro al suo.

«Carino» gli rispose senza voltarsi.

Becca distolse lo sguardo dal cellulare, incuriosita, e Cris ne percepì le speranze. Per un attimo prese in considerazione di uscire con Federico e lo guardò con la coda dell’occhio. Era più che carino, capelli corti di un biondo paglierino, occhi grigi, bel fisico, di famiglia ricca. Un dongiovanni che aveva fatto conquiste in tutta la scuola e che adesso sembrava essersi invaghito di lei.

«Se ti va possiamo vedere qualche altro film insieme, a casa mia.»

Cristina si concentrò sull’eurostar che in quel momento scivolava verso Mestre, tentando di dimenticare il pensiero imbarazzante che Federico aveva avuto su loro due.

«No, grazie» mormorò.

Federico ricadde al proprio posto, la sua mente ribollì di cattiverie del tutto gratuite.

«Potresti dargli almeno una possibilità», le sussurrò Becca all’orecchio.

Cris si limitò a scuotere la testa. Becca non capiva il disagio di sapere sempre ciò che i ragazzi pensavano di lei. Nel migliore dei casi erano pensieri imbarazzanti, a volte erano offensivi e cattivi. Quando poi si agitava - bastava l’idea di uscire con un ragazzo a metterla in subbuglio - finiva per perdere il controllo e leggeva tutto, anche le cose più intime e riservate.

Le porte dell’autobus si aprirono facendo entrare l’aria gelida di fine ottobre. All’ingresso della città, il cartellone digitale segnava le dieci di sera e una marea normale che avrebbe raggiunto il minimo alla mezza.

Non aveva voglia di tornare a casa, non ancora, non mentre gli zii erano svegli. Il rischio di incontrarli, di dover subire le loro accuse silenziose, la terrorizzava. Era molto meglio rimandare il momento del confronto, magari a per sempre. E anche loro, sebbene fossero i suoi tutori legali, dovevano pensarla allo stesso modo, perché non si preoccupavano mai di dove fosse, non la attendevano la sera e si limitavano a lasciarle gli avanzi nel frigo o i soldi per mangiare fuori.

Il gruppetto sciamò verso il ponte di Calatrava dove formò un capannello animato. Lei non si fermò coi compagni, ma salì qualcuno dei bassi gradini, andando ad appoggiarsi alla balaustra in vetro. Sotto di lei gli imbarcaderi erano quasi vuoti e ondeggiavano sull’acqua scura del Canal Grande. Poche persone erano ancora in giro e anche i locali attorno alla stazione di Santa Lucia stavano chiudendo.

Davanti a lei il canale si perdeva verso Mestre. Lo immaginò allargarsi sotto il lungo ponte della Libertà per diventare laguna. A sinistra invece lo vedeva fare una curva e dirigersi verso il terminal del Tronchetto.

Il faro di un vaporetto si accese mentre il mezzo si avvicinava all’attracco.

«Potremmo salire su un battello, almeno staremmo al caldo mentre si decide cosa fare…»

Lo disse ad alta voce, prima di rendersi conto che i compagni l’avevano raggiunta. Di solito nessuno le prestava attenzione, ma un venticello freddo gelava le ragazze, vestite più leggere di quanto non sarebbe stato il caso.

«Ottima idea!» Non capì a chi appartenesse la voce, ma un minuto dopo stavano passando l’imob davanti ai tornelli, accalcandosi per raggiungere in fretta il riparo della cabina.

Il vaporetto era quasi vuoto, eppure il gruppetto riuscì a bloccarsi nel centro, perché scegliere come distribuirsi tra i vari sedili sembrava il dilemma più arduo del mondo.

Qualcuno tirò lo zaino di Cristina.

Seduto accanto a lei c’era un ragazzo di qualche anno più grande, magro e abbronzato.

«Uscita di classe?»

Cris annuì mentre toccava le spalle di Becca e Paola per farle voltare. Il viso di Becca si illuminò, Paola invece squadrò il giovane con sospetto.

«Non vuoi farci da balia anche oggi, vero Pietro?»

Pietro rise. «Mi dispiace, sorellina. Oggi sono già impegnato,» parlando aveva indicato i due che gli sedevano accanto. «Questi sono miei colleghi di lavoro, Antonio e Shun. Stiamo andando al Lido, sembra ci sia una festa. Una a cui le ragazzine non sono invitate.»

Cristina osservò i due compagni di Pietro. Antonio era un tipo massiccio, sulla quarantina. Aveva la pelle abbronzata del muratore e il sorriso aperto di una persona allegra e gioviale.

L’altro era un ragazzo giovane, forse sui vent’anni. Si limitò a rivolgere loro un cenno del capo tornando subito a guardare fuori dal finestrino.

«Non fate caso a lui» lo giustificò Antonio, mentre Pietro scuoteva il capo, seccato. «È un po’ riservato, ma non è cattivo.»

Le tre amiche annuirono, poco convinte, e si sedettero sulla fila dietro a quella di Pietro.

«Mia sorella Paola e le sue amiche, Cristina e Rebecca» Pietro le presentò ad Antonio, ignorando Shun. «Fino a un anno fa, nostra madre non voleva che Paola andasse in giro da sola e a me toccava fare il baby-sitter.»

«Non immaginava a chi ci stesse affidando!» Becca gli strizzò l’occhio. C’era stata sempre una complicità speciale tra lei e il fratello di Paola, ma tutte e tre adoravano quel ragazzo più grande che le aveva scarrozzate in giro per locali vegliando su di loro in modo discreto mentre si divertivano. Pietro era stato nominato “mamma chioccia” e lungi dal sentirsene offeso, non aveva mai smesso di comportarsi come tale.

Antonio si girò di tre quarti posando un braccio muscoloso sullo schienale della panca e rise. «Al diavolo in persona, immagino!»

Anche Pietro rise e Paola borbottò qualcosa, imbarazzata.

Cristina però non riusciva a prestare attenzione al discorso, perché il suo sguardo continuava ad essere attratto da Shun.

Forse era l’atteggiamento schivo a conferirgli un’aria da bel tenebroso, o il nome che suggeriva un’origine esotica, ma c’era qualcosa in lui che la attraeva, che sembrava ripetere insistentemente guardami.

Cris lo potè osservare in viso solo un istante, quando Pietro lo aveva presentato, e un’altra volta quando si girò per lanciare occhiate irritate a Becca e agli altri compagni che stavano schiamazzando. Il tempo di un cenno era poco per giudicare, ma sufficiente a farle percepire qualcosa di stonato.

Il nome non la convinceva, le faceva pensare alla Cina o al Giappone, ma non c’era nulla di orientale in lui. Certo, a Venezia era sempre meno insolito incontrare ragazzi che portavano nomi foresti; c’erano molti immigrati che lavoravano e vivevano in città e la moda di battezzare un bambino ispirandosi più o meno correttamente ai personaggi della televisione era ormai consolidata. E tuttavia le suonava terribilmente sbagliato.

Ma non erano il nome strano o l’aspetto intrigante, ad attirarla. Più lo guardava, più percepiva dolore e sconforto malcelati dietro a un muro di freddezza e insofferenza. Lo aveva incontrato per un istante, ma nel suo sguardo aveva letto invidia e un senso di dolorosa privazione, il desiderio di unirsi alle risate e l’impossibilità di lasciarsi andare.

Alla fermata di Rialto un gruppo di turisti riempì quasi completamente il battello. Con la scusa di lasciare il posto a una donna incinta, Shun si alzò e uscì dalla cabina. Cris lo seguì con lo sguardo mentre scivolava tra due inglesi dall’aria distinta e ai andava ad appoggiare al parapetto, i capelli che danzavano nella fredda aria notturna.

Rimase ad osservarlo per un po’, fino a quando una gomitata di Becca non la raggiunse tra le costole.

«Vai», la incoraggiò con una strizzata d’occhi.

Cristina arrossì, all’improvviso insicura delle proprie intenzioni. Era certa di non nutrire nessun interesse romantico verso il ragazzo, eppure più lo guardava, più sentiva il desiderio di avvicinarsi a lui. Una vocina nella sua mente continuava a ripeterle avvicinati, avvicinati e toccami.

Con il cuore che batteva forte si alzò in piedi, abbandonandosi a quel richiamo. Un attimo dopo era appoggiata al parapetto accanto a lui.

Shun si limitò a registrarne la presenza, ma non fece né disse nulla.

L’aria era fredda e una corrente leggera creata dal movimento del vaporetto le pungeva la pelle, eppure sentiva le gote infiammarsi. Ringraziò che l’oscurità celasse il suo turbamento.

Non aveva mai avvicinato uno sconosciuto prima, tanto meno uno così attraente, e per un attimo pensò di battere in ritirata. Invece gli parlò. «Stavamo facendo troppo chiasso?»

Il sorriso tirato le rimase stampato in faccia per un tempo indefinito, mentre attendeva una risposta.

«Volevo prendere un po’ d’aria.» Il tono fu distaccato, freddo, privo di qualsiasi inflessione e trasmetteva un’assoluta, avvilente, mancanza di sentimenti. Né interesse, né fastidio e Cris ne rimase bloccata.

A San Tomà i due inglesi dall’aria distinta scesero e furono sostituiti da una coppietta che si scambiava tenere effusioni. Venezia era venduta ai turisti come emblema della città romantica, culla di sogni d’amore e di storie struggenti e per la prima volta Cris si sentì trascinata in quell’icona.

Avvicinati di più, le diceva la vocina. Arrossì e fece uno sforzo per ritrovare il controllo di sé.

Il vaporetto riprese il suo lento scivolare con un rumore raschiante, l’acqua si increspò e le luci riflesse sul Canal Grande andarono in frantumi.

“Non sono qui per far colpo su di lui” si disse. Becca l’aveva mandata alla conquista, ma lei era partita in missione di salvataggio.

Si sporse un po’ di più oltre il parapetto, cercando di smarrire nell’acqua la propria agitazione.

«Come mai sei venuto a Venezia?»

Sbirciò verso di lui, ma quando incontrò il suo sguardo interrogativo tornò a fissare la notte.

«Hai un nome straniero. Non sei di qui, vero?»

Il no con cui le rispose fu un monosillabo atono, secco e sterile come le radici di una albero morto. I suoi occhi sembravano volerle penetrare fin dentro al cervello e d’istinto lei innalzò una barriera. Non credeva davvero che potesse leggerle la mente e, anche se fosse stato possibile, non aveva nulla da nascondergli. Ciò che voleva escludere era la vocina che le stava dicendo di saltargli addosso.

Le gote le si imporporarono ancora di più. Per vincere l’imbarazzo ricominciò a parlare, lasciando che le parole le uscissero dalla bocca senza pensarle.

«Dev’essere duro vivere lontano dalla propria patria, tra gente straniera, senza poter tornare a casa quando vuoi…» Si bloccò.

Lo aveva fatto di nuovo.

Si era agitata e aveva rubato i sentimenti del ragazzo come se lui li avesse esposti su un grande manifesto. Era spaventato dalla gente, si sentiva solo, un estraneo che non poteva avvicinarsi a nessuno, che non poteva fidarsi di nessuno.

Nella mente di Cristina riaffiorò il ricordo di se stessa ragazzina, di quando guardava al di fuori di una finestra, nel nulla, sperando di non essere avvicinata da nessuno, terrorizzata da quei pensieri sparsi che vorticavano attorno alle persone e non era in grado di distinguere dalle loro voci.

Nonostante l’aria fredda, le mani le sudavano.

I palazzi veneziani sfilavano davanti ai loro occhi, silenziosi e neri, fino a quando la luce improvvisa di un’altra fermata non li nascondeva alla vista. Presto la corsa del vaporetto sarebbe giunta alla fine, non c’era molto tempo per conversare. Non sapeva bene perché, ma voleva far colpo sul ragazzo, voleva toccarlo in qualche modo.

«Sei fuggito, vero?» Leggere i suoi pensieri era un azzardo, ma anche l’unico modo per creare un legame prima di dover sbarcare. «Non puoi più tornare indietro, per quanto lo desideri non puoi riabbracciare i tuoi cari. Sei venuto qui per proteggerli, ma non è facile vivere in un mondo diverso da quello in cui sei cresciuto…»

Le pupille di Shun si dilatarono e un velo di emozione intaccò la sua espressione neutra.

Non era la prima volta che Cristina spaventava qualcuno parlando di cose che avrebbe dovuto ignorare, ma la reazione del ragazzo le provocò un brivido. La sua paura aveva una tonalità diversa, per un attimo si era vista come un pericolo concreto, un nemico da eliminare.

Si sforzò di rivolgergli un sorriso rassicurante, ma l’espressione di lui non cambiò.

Quando fu palese che non avrebbe fatto commenti, Cris decise di non avere più nulla da perdere.

«Non puoi restare solo» lo esortò. «Anche tu hai bisogno di amici, di compagni che ti aiutino a portare il peso che hai sulle spalle.»

Shun si voltò di nuovo verso il canale. «Tu che ne sai?»

Questa volta il suo tono fu tagliente. C’era una diffidenza asciutta in esso, in tutto il suo corpo, a dire il vero. Per un attimo fu Cris ad aver paura della situazione in cui si stava mettendo. Anche lei riprese a guardare i palazzi, cercando di ritrovare la sicurezza che l’aveva spinta a iniziare quella conversazione.

«Nulla, in realtà. E tutto.»

Si stava sforzando di controllare le proprie emozioni, altrimenti si sarebbe accorta del modo in cui si erano irrigidite le spalle del ragazzo.

Anche se Shun ostentava un’aria indifferente, ora Cris aveva tutta la sua attenzione.

Il battello già solcava il bacino si San Marco quando riuscì a riafferrare il flusso dei propri pensieri e di quelli che fluivano verso di lei dal giovane. Riprese a parlare usando un tono di voce calmo e tranquillo, ma senza mai voltarsi verso di lui.

«So che non dovrei intromettermi nella vita di qualcuno che ho appena conosciuto e mi rendo conto che tu possa essere diffidente. Forse mi considererai una pazza, ma spero che quello che ti sto dicendo possa esserti utile in qualche modo. Se non lo sarà, dovrai solo dimenticare le mie parole e me.»

Shun non la interruppe e Cristina si fece forza e continuò.

«Ti trovi in un Paese diverso da quello in cui sei cresciuto e, per quanto tu possa impegnarti, non riuscirai mai a considerarlo casa tua. Non è casa tua.

«Però se permettessi a qualcuno di avvicinarti, potresti riuscire a sopportare più facilmente il peso che hai sulle spalle. Se sei fuggito perché eri in pericolo, posso capire che tu faccia fatica a fidarti, ma qui sei in Italia, sei in uno stato dove i diritti umani sono rispettati e dove le persone sono ciò che sembrano: persone. Non nemici che potrebbero tradirti da un momento all’altro.»

«Perché mi dici questo?» Nello sguardo di Shun la curiosità stava sostituendo la paura, mentre la sua fronte si increspava come un mare in tempesta.

Cris arrossì, non sapendo cosa rispondere. Si morse un labbro per costringersi a sostenere quello sguardo.

Il vaporetto stava passando di fronte alla chiesa della Pietà, poco più avanti c’era la calle che conduceva a casa sua. Ripensò agli zii, alla paura di sentirsi un’estranea nella propria famiglia.

«Anch’io ci sono passata, so cosa si prova ad essere soli, senza una casa a cui tornare la sera e da poter chiamare tale. E so cosa può fare la vicinanza di un amico.»

Le porte scorrevoli si aprirono per far uscire i compagni di Cristina.

«Ohi, saluta il tuo ragazzo ché dobbiamo scendere» la stuzzicò Federico, subito punito da un pugno di Becca.

Lei avvampò ed abbassò lo sguardo. Anche Shun sobbalzò.

Il marinaio stava già tirando la cima quando parlò di nuovo.

«Hai un cellulare?»

Shun lo tirò fuori dalla tasca della giacca, alla deriva in una situazione imprevista. «Sì, perché?»

La reazione era stata quella prevista da Cris. Approfittando della sua sorpresa, gli strappò il telefono dalla mano e digitò veloce il proprio numero, salvandolo nella rubrica.

«Chiamami, se ti va. Sono Cris.»

Shun rimase immobile, con il cellulare in mano, a fissarla mentre gli amici la trascinavano giù dal battello.

Quell’ultima follia fece sentire Cris stranamente sicura. Nel momento in cui il marinaio chiudeva il cancello, lei lasciò cadere le proprie difese mentali.

Aspetta! Toccami, ti prego! Non allontanarti… La voce la fece rabbrividire.

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