• Shirll Weirdrow

Il Cristallo - Prologo

Quando aveva visto il camion, vecchio, malandato e pronto per lo sfasciacarrozze, Aleksy Walek avrebbe voluto rifiutare il lavoro. Eppure non se l’era sentita di abbandonare il cugino. Sergej era di nuovo malato e se avesse saltato quella consegna, rischiava di dover chiudere l’attività.

Così Aleksy si era messo alla guida.

Il pentimento era giunto insieme allo schiocco metallico proveniente da sotto il pianale. Poco dopo la motrice si era fatta ingovernabile. I freni avevano smesso di funzionare, il pedale dell’accelerazione era rimasto incastrato. L’autocisterna aveva preso velocità, mentre dietro ad Aleksy correvano trentamila litri di benzina.

Si era affidato alla Madonna e a tutti i santi del Paradiso. La sua voce spezzata aveva chiesto aiuto tramite la radio, le sue mani si erano aggrappate al volante. Una lacrima gli era corsa lungo la guancia, mischiandosi al sudore che già gli impregnava gli abiti.

Per un po’ ce l’aveva fatta. L’autocisterna aveva corso a zig-zag sull’autostrada, schivando auto e furgoni. Aveva riso di una gioia dispe-rata, immaginando le imprecazioni che gli automobilisti lanciavano mentre il suo clacson urlava chiedendo strada. Forse, se avesse raggiunto un tratto pianeggiante o in salita, il mezzo avrebbe interrotto la sua pazza corsa. Invece quella maledetta audi nera aveva deciso di sorpassare senza guardarsi alle spalle. Un’altra auto aveva sterzato e Aleksy aveva dovuto fare altrettanto.

Era stata una manovra brusca. Troppo.

Aveva sbandato, le ruote si erano sollevate dal terreno, la motrice si era capottata e aveva portato con sé la cisterna.

Era stato in quel momento che il mondo si era deformato in un gorgo di colori e tenebre. Aleksy aveva sentito qualcosa afferrargli lo stomaco, strattonarlo e avvicinarlo ancor più in fretta alla fine. Il suo pensiero era corso ai figli che non avrebbe visto crescere, a sua moglie, ai baci che non le avrebbe più dato.

L’autobotte aveva colpito la barriera ed era volata sulle corsie apposte. Aveva travolto un furgoncino, una prima auto e aveva continuato a scivolare sull’asfalto, trascinando con sé altri mezzi. Qualcosa aveva provocato uno squarcio nella cisterna, il metallo che strisciava su altro metallo aveva prodotto una scintilla. C’era stato un boato, i vetri delle case erano andati in frantumi e una nube si era sollevata, simile a un dito nero che indicava il luogo dell’incidente.

Chi l’aveva osservata, aveva raccontato che il sole era diventato una enorme stella rossa che tremava contro il cielo plumbeo. Le luci dei mezzi di soccorso avevano fluttuato nell’aria prima che una nebbia vibrante le cancellasse alla vista.

La bambina era apparsa al centro di quell’inferno. Non sapeva come ci fosse arrivata né come fuggirne.

La prima cosa che ricordava era il caldo. Un caldo asciutto, insopportabile. E poi c’erano le fiamme che lambivano l’abitino bianco, le lamiere che scricchiolavano, i morti che smettevano di gemere.

In alto, sopra di lei, un’enorme creatura ronzante volava in cerchio, come un rapace che segua la preda. I suoi occhi terrorizzati si erano alzati chiedendo aiuto, quello della telecamera aveva stretto su di lei, mostrando la sua paura a migliaia di altri occhi che la fissavano da dietro schermi lontani anni luce.

Il finestrino di un’auto era andato in pezzi. Lei si era riparata il volto con le braccia nude e il fumo l’aveva strappata al suo pubblico.

Quando era tornata a vedere, una figura stava emergendo tra le fiamme. Era grande e nera, con strisce gialle che mandavano lampi di luce. Non aveva volto, ma solo un enorme occhio nero che rifletteva mille incendi. Le sue mani grigie si erano protese verso di lei, invitandola ad avvicinarsi con parole pronunciate in una lingua sconosciuta.

Lei aveva fatto un passo indietro, cercando di fuggire da quel demone di fuoco, ma la via di fuga era bloccata da carcasse in fiamme.

Un serbatoio era esploso, lo spostamento d’aria l’aveva spinta in alto e poi giù, di nuovo nel rogo.

Mentre l’asfalto rovente le andava incontro a folle velocità, lei aveva portato avanti le mani e si era preparata all’impatto.

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