• Shirll Weirdrow

L'Assedio di Seziv

IL CAVALIERE


Seziv era stata una delle città più belle e potenti del Par-Amroth. Nessun nemico avrebbe mai osato attaccarla. Non i Taras, i minotauri che vivevano al nord e che già una volta erano stati sconfitti. Non gli orchi, i figli del caos che conoscevano solo la legge della guerra e del più forte. Nemmeno gli elfi oscuri che vivevano nell’ombra del sottosuolo e si lasciavano spingere alla battaglia da ogni capriccio del Sire. Neppure lui, il nemico di tutte le genti, colui che voleva per sé l’intera Tarl-e-Sog, aveva mai marciato contro la grande e splendida capitale dell’est.

Per secoli Seziv era stata il vanto degli amroth, le altre città l’avevano guardata come un esempio cui aspirare e a lei si erano rivolte in cerca di protezione. Era lì, tra le sue mura, che era nato l’ordine dei Cavalieri Bianchi. Erano di Seziv i primi eroi che avevano levato le spade e ricacciato indietro la furia espansionista dei minotauri. Quegli eroi e coloro che erano venuti dopo si erano trasformati in simboli di forza e determinazione e avevano reso grande la loro amata città.

Poi erano comparsi gli umani, quei mostri dall’aspetto tanto simile al loro che quasi non li si poteva distinguere. Giungevano da un altro mondo, un mondo che forse avevano distrutto. Si erano dichiarati esuli, invece erano stati assalitori più spietati del Sire stesso. Erano giunti con il sorriso e avevano portato la morte lì, tra le strade di Seziv, massacrando ogni Cavaliere che erano riusciti a scovare.

Avevano inferto alla città un colpo talmente duro che non si era mai più ripresa. Anche se Seziv aveva continuato ad esistere e gli umani erano stati puniti dalla stessa Tarl-e-Sog, il morale degli amroth era stato abbattuto. Il loro orgoglio era morto insieme ai Cavalieri Bianchi e nessuno aveva mai trovato il coraggio o la superbia per far rinascere quell’ordine antico.

Senza il proprio simbolo, anche la città si era spenta, vergo-gnosa della sconfitta subita.

Nei cinquant’anni che erano seguiti alla breve invasione, gli abitanti avevano cercato di dimenticare. Seziv era divenuta una città come tante. Una città ricca, con un porto importante e un commercio fiorente, ma nulla di più. Aveva smesso la sua funzione di baluardo, le sue mura erano lasciate a sgretolarsi, le sue difese marcivano dimenticate e le armi venivano forgiate solo per gli avventurieri di passaggio.

C’era una guarnigione, ma si occupava di sedare le risse, dare la caccia ai ladri e spaventare le piccole bande di orchi che scendevano fino ai campi e tra le fattorie. I soldati che ne facevano parte non erano preparati ad affrontare minacce come quella che sentivano approssimarsi.

Anche quel pomeriggio il capitano Pens era salito sulle mura vicino alla Porta Ovest e scrutava i boschi e l’entroterra. Lo faceva tutti i giorni da quando era accaduto l’incidente. E più guardava, più si sentiva minacciato.

Ormai tutta la città aveva udito la storia e benché ognuno avesse espresso la propria opinione, essa era passata di bocca in bocca senza mutare.

Pens sollevò lo sguardo sul colle che sorgeva a ridosso della città. In cinquant’anni gli alberi erano cresciuti, lo avevano ricoperto ed erano scesi a creare un bosco rigoglioso che circondava la città. Un tempo, su quel colle si ergeva un castello. Non era un grande maniero, ma aveva ospitato i Cavalieri Bianchi. Da lassù essi avevano vegliato sulla città, pronti a scendere quando il pericolo era ancora lontano.

Nessuno era più salito al castello da quando gli umani avevano perpetrato il loro massacro. I cadaveri erano stati portati via, i cancelli erano stati chiusi e il forte dimenticato. Nemmeno i ladri avevano mai osato razziare le sue sale. Pens ne era certo, perché ciò che un ladro sottraeva, prima o poi finiva per passare sotto il naso della guarnigione.

Anche i bambini più curiosi e temerari non si erano mai avventurati lassù. Lui stesso, da piccolo era stato pronto a raccogliere le sfide degli amici e ad infilarsi nei guai più disparati, ma mai avrebbe pensato di salire fino al colle.

Il castello era divenuto un santuario che nessuno osava violare.

Eppure le voci dicevano che quella reticenza era stata vinta.

La mente di Pens tornò al giorno in cui quelle voci erano ini-ziate. Il giorno della visione. Il giorno dell’inganno.

Lui non era stato presente, ma aveva interrogato gli uomini di guardia alla porta e aveva ascoltato i racconti di decine di cittadini amareggiati e feriti. Lui stesso aveva provato una fitta al cuore, sentendo le descrizioni dell’accaduto.

Un Cavaliere Bianco era comparso sulla strada, al margine del bosco. Montava un destriero bianco e indossava un’armatura intarsiata d’oro. Quando si era mosso per scendere verso la città, un manto rosso come il sangue aveva sferzato l’aria dietro di lui.

Nel tempo che aveva impiegato ad attraversare i campi, decine di persone si erano accalcate sulla porta. Anche i soldati erano rimasti ammaliati e non avevano cercato di bloccargli la via, né di disperdere la folla.

Il Cavaliere era stato fermato da un muro di curiosi. Tutti volevano toccarlo per sincerarsi che fosse reale.

E reale era.

La sua voce, attutita dall’elmo, aveva lanciato un avvertimento, le sue parole stentate avevano parlato di un esercito di orchi in marcia contro la città. In quel momento nessuno si era preoccupato: avere davanti quell’eroe del passato rendeva ogni spettatore forte ed invincibile.

Poi era accaduto qualcosa. Non era chiaro come, ma il cavaliere aveva perso l’elmo. La vista del suo volto aveva scatenato il panico e la furia. Se anche i suoi occhi privi delle pagliuzze dorate potevano passare inosservati, i suoi capelli di un colore che nessun amroth possedeva erano stati sufficienti a sollevare un coro di proteste e ribrezzo.

La folla era impazzita. Lo avevano disarcionato. Avevano cercato di linciarlo. In quel caos i soldati non erano riusciti a far nulla, impossibile raggiungerlo per arrestarlo e impossibile sedare la sommossa. Pens aveva finto di credere ai suoi uomini, ma sospettava che anche loro avessero fatto parte della folla inferocita.

Non poteva biasimarli.

Anche per lui sarebbe stato difficile mantenere il controllo di sé. Se poi quella creatura aveva osato profanare il ricordo dei Cavalieri Bianchi, allora la sua volontà sarebbe stata messa a dura prova.

Ad ogni modo l’umano era riuscito a fuggire. Il cavallo, una splendida bestia da guerra, si era imbizzarrito e aveva allontanato gli assalitori. L’umano si era issato di nuovo in sella ed era stato portato via, verso i boschi.

Nessuno lo aveva inseguito.

Non perché mancassero i cavalli con cui raggiungerlo. Nè per timore. No, la popolazione era rimasta ad ammirarlo.

La sua figura in fuga si era tramutata in una visione del passato.

Quando Pens aveva interrogato i propri uomini, quando aveva parlato coi cittadini, tutti a quel punto del racconto avevano abbassato la voce e sussurrato la propria colpa. Tutti avevano la certezza di aver commesso un peccato atroce. Pur sapendo che sotto a quell’armatura dorata si celava un mostro, i loro cuori erano caduti nell’inganno di aver scacciato un vero eroe.



LA MINACCIA INCOMBE


«Com’è la situazione, capitano?»

Pens si voltò verso l’uomo che lo aveva raggiunto sulle mura. Aikim Riath non era più giovane, ma la preoccupazione e l’ansia degli ultimi giorni avevano aggiunto molti anni alle spalle del governatore. L’arancione dei suoi capelli era virato verso un grigio slavato e le rughe sotto agli occhi gli pesavano di notti insonni. Il capitano sapeva che era spaventato e non si stupiva del suo aspetto trasandato.

Scosse la testa. «Sempre uguale. Tutto è tranquillo e le strade rimangono deserte».

Aikim Riath si appoggiò ad uno dei merli, le sue mani tremavano.

«Oggi un altro mercantile è partito senza riempire la stiva».

Pens prese un profondo respiro. «Quanti sono ormai? Quattro? Cinque?»

«Sei. Questo era il sesto». Fece una pausa. «Nel porto è rimasto solo un bastimento alcino, tutte le altre navi che attendevano da giorni hanno desistito e sono ripartite».

Il capitano chiuse gli occhi, cercando di calcolare i tempi di attesa e i ritardi che una carovana poteva accumulare. Ne mancavano all’appello almeno una decina e l’amroth non trovò nessuna sequenza di imprevisti che potesse averne bloccate così tante.

«Gli uomini che avete mandato a Ques non sono ancora tornati?»

Il volto di Pens si rabbuiò. «No».

Quando il primo mercantile aveva levato le ancore e altri due capitani avevano minacciato di fare altrettanto, il capitano aveva mandato due uomini alla città più vicina per chiedere informazioni e controllare la situazione. Aveva scelto due veterani che sapevano il fatto loro, ma nessuno aveva fatto ritorno.

«Cosa significa? Cosa dobbiamo aspettarci? La città pare isolata…»

Il governatore gli stava chiedendo rassicurazioni, ma Pens non era in grado di offrirne. Lui stesso nutriva gli stessi dubbi e non era riuscito a fugarli. Il pensiero che umani ed orchi avessero stretto un’alleanza lo terrorizzava.

Non avevano la certezza che ci fossero umani nella zona, perché a parte quel giovane travestito da Cavaliere non se ne erano visti altri. Le tracce degli orchi invece erano palesi. Cadaveri saccheggiati e fatti a pezzi erano stati trovati lungo la strada che collegava Seziv a Ques e in alcune zone del bosco la vegetazione era deva-stata dal passaggio di una banda numerosa.

«Gli orchi non creano eserciti», più che lord Riath, con quelle parole voleva tranquillizzare se stesso, «ma solo piccole bande e clan che non osano avvicinarsi alle città. Le nostre mura, per quanto rovinate, sono sufficienti a scoraggiarli. Ho parlato con alcuni mercanti e sembra che ci siano più bande che girano attorno a Ques e nella zona tra Hose e Rosegod. Se queste bande si fossero spinte verso di noi, potrebbero aver costretto i mercanti a fermarsi e attendere che si spostino altrove».

Aveva parlato con convinzione, ma quella sensazione di rovina incombente continuava a opprimergli il petto.

«Se i Cavalieri Bianchi esistessero ancora, sarebbero già scesi a risolvere il problema ».

La voce del governatore, pregna di nostalgia, aveva spinto lo sguardo di Pens a cercare il grigio dei ruderi tra il verde del colle. «Pensate che il ragazzo abbia preso là le insegne che indossava?»

La rabbia offuscò la paura di lord Riath. «Ero là, capitano, l’ho visto. Quella era l’armatura di un generale! Dove altro potrebbero averla trovata? E poi, non le avete sentite le voci? Luci che si accendono nella notte, sono in molti ad averle viste».

Pens le aveva sentite, quelle voci. E una mattina, all’alba, gli era pure sembrato di vederle.

«Perché non avete ancora mandato nessuno a controllare cosa sta accadendo, lassù?»

Pens aggrottò la fronte, turbato. Sarebbe stata la cosa più logica da fare e invece non ci aveva pensato. O forse sì, aveva considerato quell’idea e l’aveva scartata, ancora convinto che la santità di quel luogo lo rendesse inviolabile per chiunque.

«Lo farò domani», mormorò.



NON È UNA CATTIVA COSA


Quella notte Pens non dormì. Sua moglie Loral lo trovò seduto in cucina a tormentarsi il mento glabro, il capo chino e una bottiglia di liquore dei nani aperta sul tavolo.

Le sue mani di massaia si posarono sulle spalle del marito, offrendogli un massaggio rilassante. «Rimanere sveglio non renderà il tuo lavoro più leggero, domani».

L’amroth sorrise, una delle sue mani si posò su quella di Loral. «Lo so, ma tutta questa storia mi toglie il sonno. Anche oggi le strade sono rimaste deserte e da quando quell’umano camuffato da Cavaliere è sceso con le sue minacce, la città sta vivendo nel panico».

Loral lo abbracciò, appoggiando la guancia contro quella del marito. «Non essere pessimista. Io trovo che la visita del Cavaliere non sia stata del tutto negativa».

Pens si voltò verso di lei, sorpreso nonostante ne conoscesse la forza e l’eterno ottimismo. Lei si sedette di fronte a lui. «Lo sai che hanno finito di riparare la breccia alla Porta Nord?»

L’uomo annuì.

«E non solo quella. Conosci Melies, il sarto, vero? C’era un intero tratto delle mura che rischiava di crollare addosso alla sua bottega. Beh, mi ha detto che i suoi vicini lo hanno aiutato e adesso quelle mura sono di nuovo diritte e solide!»

Sempre sorridendo, Pens chinò il capo e sospirò. «Loral, quelle riparazioni non resisterebbero a un lancio di catapulta, se davvero dovesse arrivare un esercito di orchi, le tue mura verrebbero spazzate via in un attimo».

Loral si appoggiò allo schienale, fingendosi imbronciata. «Non fare il pignolo, capitano. Non avranno ricostruito la Porta Nord, ma cosa ti aspettavi in questi pochi giorni? E comunque hanno fatto un ottimo lavoro. Ho parlato con la mia amica Laste. È una nana. La sua gente ha dato una mano e i nani se ne intendono, di pietra. Reggeranno, vedrai».

«Ah, se ci hanno messo mano i nani non posso più obiettare nulla!»

Loral sorrise comprensiva, la sua mano cercò quella del marito. «Lo sai cosa volevo dire, vero?»

Pens annuì. Quando lei gli era vicino, la sua calma e il suo ottimismo lo contagiavano e lui iniziava a vedere le cose sotto una luce diversa.

«Qualunque fossero le sue intenzioni, quel ragazzo ci ha fatto del bene. È vero che la città è spaventata, me credo sia giusto così. C’è qualcosa che non va, lo si sente nell’aria. Ce ne accorgiamo tutti, non solo tu e le tue guardie. Però, se non fosse arrivato lui, ce ne saremmo rimasti buoni ad ignorare i segni. Invece adesso stiamo reagendo. Che sia per paura degli umani o perché siamo ispirati dal ricordo dei Cavalieri, ha poca importanza».

Pens annuì. Le parole di sua moglie lo avevano rincuorato e le sue spalle si erano rilassate.

«E ora», Loral si alzò e gli tese una mano, «se proprio vuoi passare la notte sveglio, ci sono modi migliori per impiegare il nostro tempo».

Un forte bussare alla porta li raggelò. Il bussare si ripeté concitato, seguito da uno sferragliare e da una voce.

Pens e Loral si avvicinarono all’uscio con il cuore oppresso. Davanti alla casa del capitano c’era Timo, una delle guardie che dovevano sorvegliare il perimetro esterno. Il suo volto era pallido, le labbra tremavano e si aprivano senza emettere un suono. Non era un ragazzino impressionabile, ma un veterano. Pens fu sconvolto vedendolo in quello stato.

Timo deglutì e finalmente le parole strisciarono fuori dalla sua gola. «Orchi, un esercito di orchi…»

«Loral», Pens sentì il sangue defluirgli dal corpo, «portami gli stivali».


...


[L'estratto termina qui, ma il racconto continua. Leggilo ne "Cavalieri. Due storie della terra dei sogni e un sogno di questa Terra"]

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