• Shirll Weirdrow

L'Ombra di Drago - Capitolo Primo

I tre ragazzi camminavano da ore in quello strano bosco, ma non erano intenzionati a fermarsi nonostante l'ora fosse tarda e la notte buia.

Procedevano silenziosi uno dietro l'altro e si guardavano attorno furtivi. Ad aprire la breve fila era un ragazzo non ancora ventenne. Aveva corti capelli neri e pelle abbronzata, un fisico muscoloso, sguardo intenso e un'espressione sicura. L’elsa della sua spada era decorata da un grosso rubino e fini intrecci a foglie. Su di essa il ragazzo teneva la mano, pronto a sguainarla. I suoi abiti erano semplici e consunti: un paio di robusti calzoni scuri, una casacca e un giaco di cuoio. Tra i tre era quello meno spaventato, ma sicuramente il più nervoso.

I due che lo seguivano si assomigliavano in un modo che non poteva essere casuale. Entrambi avevano capelli biondi e grandi occhi verdi che scrutavano la notte con apprensione. La ragazza dimostrava più o meno la stessa età del giovane, mentre il terzo membro della piccola compagnia non poteva avere più di quindici anni. Anche nel modo di vestire erano simili, indossavano abiti eleganti e raffinati, coperti da lunghi mantelli che strisciavano sul terreno raccogliendo foglie secche e terriccio.

Tutti e tre erano tesi, lo si capiva dalla rigidità delle loro spalle, ma anche molto stanchi. Avevano perso il conto delle ore trascorse da quando si erano infilati rapidi in quella macchia di alberi, nascondendosi ai loro inseguitori. Quando però avevano cercato di tornare sulla strada, avevano scoperto di non essere in grado di trovarla. D’un tratto quella che era sembrata un'inattesa fortuna si era tramutata in un incubo.

Avevano continuato a camminare senza concedersi soste e quando il sole era calato, si erano imbattuti in uno stretto sentiero che li aveva condotti in un ambiente sempre più inquietante.

Non era la notte scesa velocemente ad angosciarli, né la paura di qualche pericolo acquattato tra le ombre. No, quello che li agitava al punto da non farli neppure riposare erano gli alberi.

Non erano spaventosi se presi uno per uno, ma lo erano nella loro totalità. Appartenevano a così tante specie diverse che era impensabile vivessero tutti nello stesso bosco, eppure c'erano meli che intrecciavano i rami con faggi e abeti, alti pini si affiancavano a vecchie querce, aranci e ciliegi condividevano il suolo con piante mai viste. Non sembravano alberi piantati con uno scopo specifico, ma nati spontaneamente in un caos naturalmente privo di ordine. E quel caos non sembrava avere fine.

Preoccupati, i tre avevano cercato di tornare sui propri passi, ma si erano ben presto resi conto di essere completamente persi. Avevano tentato di lasciare il sentiero, tuttavia il sottobosco si era rivelato così fitto che avevano dovuto rinunciare.

Di quando in quando la ragazza alzava lo sguardo verso l’alto, cercando il cielo oltre gli alberi. «Non c’è», mormorò d’un tratto. «Perché non si vede la luna, Slen? Oggi dovrebbe essere piena!»

Il ragazzo dai capelli neri sollevò solo per un attimo gli occhi a scrutare le stelle che si intravedevano a sprazzi. «Non lo so, Doria. Non lo so…»

Il ragazzo biondo accelerò il passo, affiancandosi a Doria. «Non abbiamo sbagliato giorno? Forse la luna sarà al suo culmine domani».

Slen scosse il capo. «No Drom, è oggi. E comunque, anche se avessimo sbagliato giorno, ieri era quasi piena e dovrebbe esserlo anche oggi. Non ci sono nuvole, quindi a quest’ora dovremmo già vedere la sua luce».

Né Drom né Doria aggiunsero altro, nessuno dei due voleva pensare a cosa significasse non vedere la luna quella notte.

Avevano scelto di fuggire in un giorno di luna piena, perché era allora che essa compariva già alta in cielo, sin dall’imbrunire, per illuminare ogni dove con la propria pallida luce. Era un fenomeno strano, dicevano i vecchi, una cosa che capitava solo in quel mondo: una volta al mese la luna non sorgeva né tramontava. Tuttavia ai tre ragazzi che l’avevano visto accadere per tutta la vita sembrava la cosa più naturale che ci fosse.

Eppure quel mese la luna stava mancando al suo appuntamento.

Doria incespicò. Tra di loro era quella che più risentiva della stanchezza. «Fermiamoci a riposare, Slen, ti prego».

«Non possiamo, Doria, mi dispiace». Il ragazzo non si voltò a guardarla, concentrato a scrutare le ombre della notte, pronto a gettarsi in uno scontro da un momento all’altro. Quando lei, con un gemito supplichevole, osò insistere nella propria richiesta, la mise a tacere con una risposta secca.

Sia Doria che Drom si bloccarono, spiazzati, e Slen si sentì in dovere di giustificarsi. «Non mi piace questo bosco. È… troppo strano, non ne ho mai visto uno simile. Avremmo già dovuto essere tornati sulla strada o comunque all’aperto. Lo avete visto anche voi, non sembrava così grande da lontano, eppure sono ore che camminiamo e non arriviamo da nessuna parte».

«Forse stiamo camminando in circolo», azzardò con poca convinzione Drom.

«No. Stiamo procedendo grosso modo nella direzione della strada, verso nord. Inizio a temere che si tratti di un bosco maledetto, per questo voglio uscirne al più presto».

Doria e Drom si scambiarono uno sguardo preoccupato, quindi ripresero a camminare dietro alla loro guida.

Dopo un po’ Doria iniziò a barcollare. Non aveva mai camminato così a lungo e non mangiava dal primo pomeriggio, le forze la stavano abbandonando. Cercò di stringere i denti, sollevò ancora una volta il capo alla ricerca della confortante luce lunare e fu allora che si sentì d’improvviso pesante. In un attimo fu tutto nero e lei perse i sensi, cadendo all’indietro tra le braccia di Drom.

Sentendo il grido preoccupato del ragazzo, Slen si precipitò al fianco dei compagni. Tastò il collo di Doria, cercandone i segni vitali e quando li ebbe trovati indugiò per un lungo istante con la mano sulla sua guancia, fissandola con tenerezza.

«Non preoccuparti, Drom, tua sorella sta bene, è solo stanca», seppure con un sospiro, si rassegnò ad annunciare una sosta.

Per un po’ nessuno parlò. Drom si tolse il mantello e lo usò per coprire la sorella, sedendosi protettivo al suo fianco, mentre Slen camminava irrequieto su e giù per il sentiero.

Drom sapeva poco di Slen e ora lo fissava curioso.

Aveva sentito storie e opinioni contrastanti su di lui. Sua sorella lo amava e ne parlava come di un eroe, lo descriveva con ammirazione ed era giunta al punto di fuggire da palazzo pur di rimanere al suo fianco, ma la maggior parte delle voci che Drom era riuscito a raccogliere lo dipingevano come un ragazzo debole, dalla lacrima facile, codardo e un po’ stupido. Gli amici di Drom lo deridevano, gli adulti che ne parlavano lo biasimavano. Eppure ripensando a quel breve viaggio, Drom lo trovava più simile alle descrizioni della sorella che a quelle di chi lo scherniva.

Avevano lasciato la città di Devosta all’alba, allontanandosi a cavallo. Volevano nascondersi nelle vicinanze del villaggio dove era nato Slen, attendere che la situazione si calmasse un po’ e quindi spostarsi in cerca di un luogo dove iniziare una nuova vita. Purtroppo la Guardia Reale si era mossa prima di quanto si fossero aspettati. Presi dal panico, avevano spinto i cavalli al galoppo, pur sapendo che non sarebbero stati in grado di guadagnare molto terreno.

Era stato Slen ad avere l’idea d'ingannarli. Quando avevano raggiunto il bivio dove la strada per il mare si divideva da quella per il suo villaggio, il giovane aveva proposto di mandare i cavalli a nord-est, verso il villaggio, mentre loro si sarebbero nascosti nel bosco che si vedeva a nord. Avrebbero dovuto trascorrere una notte all’aperto, ma con un po’ di fortuna avrebbero evitato la cattura.

Doria e Drom si erano affidati a lui. In quel momento nessuno dei tre aveva immaginato di poter rimanere prigionieri del bosco.

Slen smise di camminare avanti e indietro per fissare irrequieto un punto dinnanzi a sé, più avanti sul sentiero. Drom se ne accorse e lanciò uno sguardo alla sorella. Doria sembrava riposare tranquilla e lui decise di avvicinarsi al compagno.

«Cosa c’è?»

Con un ramoscello che aveva strappato da un cespuglio in un momento di rabbia, Slen gli indicò un punto più avanti, dove s'intravedeva un flebile bagliore. «Non lo so. Forse un fuoco, o una casa, ma da qui non riesco a capirlo».

La voce preoccupata di Doria che chiamava i loro nomi li fece accorrere presso di lei.

«Siamo qui». Slen si inginocchiò, posando una mano su quella con cui lei stringeva il mantello di Drom e questo gesto parve tranquillizzarla.

«Dov’eravate? Mi sono spaventata».

Fu Drom a risponderle rapido, nella speranza di rincuorarla. «Forse abbiamo trovato qualcosa, ci dev’essere un fuoco più avanti».

Uno sguardo di Slen lo fulminò, ma ormai era tardi. Il volto di Doria si era illuminato di speranza e lui non poteva più negarle di andare a controllare.

«Non so cosa possiamo trovare più avanti. Potrebbe essere l’accampamento di un gruppo di banditi».

Lei tremò a quella prospettiva, ma era troppo stanca e non voleva rinunciare alla speranza di una casa dove passare la notte, di un bagno caldo al mattino e di qualcosa da mangiare nell’immediato futuro. Guardò Slen dritto negli occhi. «Non ho paura. Ora mi sento meglio, possiamo andare a scoprire anche subito cosa ci aspetta».

Slen sostenne il suo sguardo per un lungo momento, poi sondò anche quello di Drom e si rese conto che entrambi non avrebbero accettato di rimanere indietro. «E va bene, ma cercate di non fare rumore! Non voglio finire diritto tra le braccia dei banditi!»

I due fratelli sorrisero e poco dopo tutti e tre stavano avanzando verso la luce.

Ben presto si resero conto che non poteva trattarsi di una casa, perché la luce proveniva da un ampio raggio e sembrava quasi danzare tra le foglie.

Slen camminava davanti agli altri e fu il primo a scorgere la radura. Prima che anche i due fratelli potessero vedere qualcosa, si voltò, mise una mano sulla bocca di Doria e la trascinò in ginocchio dietro un fitto cespuglio.

Allo stesso tempo fece segno a Drom di rimanere in silenzio e nascondersi. Drom non esitò a seguire il suggerimento, accovacciandosi accanto ai compagni.

E allora guardarono.

Se non avesse avuto la bocca chiusa dalla mano di Slen, Doria avrebbe gridato di terrore, ma anche Drom faticò a reprimere un’esclamazione di sgomento.

Davanti a loro si apriva una piccola radura di forma perfettamente circolare al cui centro c’era un laghetto, anch’esso circolare, e nel suo mezzo si sollevava una roccia sferica. Sul perimetro del lago erano accesi dei falò e attorno a questi erano radunate le creature più bizzarre e spaventose che avessero mai visto.

Le sapevano riconoscere, però, perché i vecchi le descrivevano con terrore nelle loro storie. Ecco così due lupi mannari, erano seduti su un tronco d’albero e fissavano la radura con sguardo truce, mentre vicino a loro un vampiro si trasformò in pipistrello per superarli senza attirarne l’attenzione. Nell’aria sfrecciavano piccole creaturine avvolte in sfere di luce, che i vecchi chiamavano fuochi fatui e di cui si diceva attirassero i viandanti lontano dai sentieri sicuri, facendosi scambiare per lanterne.

Su uno dei falò era stato posto un grosso calderone fumante nel quale due donne stavano preparando qualcosa di poco invitante. Una delle due era giovane e bella, mentre l’altra era vecchia e dal naso adunco e i tre giovani erano certi che fossero streghe.

Cinque piccole figure che portavano cappelli appuntiti se ne stavano a chiacchierare tranquillamente sulla riva del laghetto, ignorando la zuffa che si svolgeva a poca distanza da loro tra un kerb e un aclol. I kerb erano strane pantere nere, con cinque serpenti che uscivano dalle scapole come tentacoli dotati di vita propria. Si diceva che fossero intelligenti e che in passato avessero stretto un’alleanza con gli umani, la razza a cui appartenevano i tre ragazzi. Nemici giurati dei kerb erano gli aclol, dal corpo di uomini, ma dalla testa di tigri dai denti a sciabola.

Tre esseri dalle fattezze delicate, con occhi a mandorla e orecchie appuntite, si fecero così vicini al nascondiglio dei ragazzi che per un attimo questi temettero di essere scoperti, ma gli elfi erano così immersi nella loro discussione che passarono oltre senza notarli.

Guardando dall’altra parte del laghetto, si vedeva un alcino, bizzarra creatura dal corpo di uomo e dalla testa di alce, che seguiva due mutaforma esibirsi nella specialità della loro razza, ovvero cambiare forma e aspetto per tramutarsi in tutto ciò che desideravano.

E poi c’erano molte altre creature come spiriti, fate, quelli che probabilmente erano degli incubi, un gigante, un leone alato e un minotauro.

Ma la creatura che più li stupì fu una ragazza ai loro occhi troppo normale per stare in mezzo a quei mostri. Aveva lunghi capelli neri che le scendevano delicati sulle spalle e uno sguardo dolce e profondo che emanava amore e serenità. Portava al collo un ciondolo d’oro e d’argento con incastonati degli smeraldi a formare un cerchio intersecato da una linea. Non avevano dubbi che non fosse né elfa né fata né strega.

«Chi può essere quella ragazza? Sembra… umana…», la voce di Doria fu solo un sussurro nell’orecchio di Slen.

«No, non è umana, se lo fosse quelle creature l’avrebbero già uccisa».

Un brivido percorse la schiena di Doria, mentre una delle storie udite da bambina si faceva largo nella sua mente. «E se fosse prigioniera? Se volessero… mangiarla?»

Aveva alzato involontariamente la voce e Drom, che l’aveva udita, deglutì. «Non voglio neanche pensarci! Ma cosa ci fanno sull’isola? Che abbiano intenzione di attaccarci?»

La ragazza rivolse uno sguardo umido di terrore al fratello, mentre si stringeva più forte a Slen.

«Dobbiamo avvisare nostro padre…»

Il cavaliere scosse il capo, non sapendo cosa rispondere.

La loro gente era giunta da poco in quel mondo spaventoso che, chissà per quale strano motivo, era stato chiamato “Terra dei Sogni”. Vi si erano rifugiati quando il loro regno era stato distrutto e non erano più stati in grado di fuggirne. I mostri che popolavano quel mondo li avevano attaccati, avevano cercato di farne degli schiavi, e solo dopo lunghe e sanguinose guerre, le “Grandi Guerre”, gli umani erano riusciti a conquistare una piccola isola su cui fondare la propria comunità.

Era lì che i tre erano nati e vissuti, convinti di essere al sicuro in un luogo che i mostri del continente non avrebbero mai invaso. E invece ora eccoli lì, davanti a loro.

Un attimo dopo, quasi rispondesse a un segnale prestabilito, la ragazza dai capelli neri si spostò verso la sponda del lago e un profondo silenzio si andò diffondendo sulla radura. Tutte le creature la stavano lentamente imitando.

In cielo la luna era finalmente comparsa e si spostava rapidamente verso lo zenit, che cadeva a perpendicolo della roccia sferica al centro del laghetto. E tuttavia non c’era riflesso sulle acque immote.

Fu in quel momento che gli occhi di Drom si spalancarono nella comprensione. «La Festa della Luna! Doria, ricordi le storie che ci raccontavano? Siamo nella Foresta della Luna».

Sia Doria che Slen le ricordavano. Si diceva che una volta al mese i nativi si riunissero per fare sacrifici alla Luna attorno a un lago dalle acque nere come la pece, in una foresta dove la luce dell’astro compariva solo al momento del suo apice e che tutti gli umani che avevano avuto la sventura di assistere alla celebrazione non avevano potuto raccontarlo.

Prima che avessero il tempo di dire o fare qualcosa, la ragazza si tolse il medaglione e lo sollevò sopra la testa. Con voce melodiosa e rassicurante pronunciò un discorso in una lingua incomprensibile e quando ebbe finito, la luce della luna si rifranse sul ciondolo per poi cadere sulla roccia sferica, illuminandola.

Le acque del lago si tinsero d’argento, come se riflettessero la luna stessa, e pallidi raggi di luce lunare scaturirono dalla roccia andando ad accarezzare ad uno ad uno tutti i presenti. La ragazza abbassò il ciondolo, interrompendo la magia, e la notte tornò a farsi scura.

Brusii sommessi si sollevarono dalle creature che piano piano tornavano a fare ciò che avevano fatto fino a prima del rito. L’unica differenza era l’espressione di rapita reverenza e orgoglio che avevano negli occhi.

Nessuno sembrava essersi accorto che i raggi erano andati ad accarezzare anche i tre umani.

L’accaduto li aveva lasciati scossi e colpiti, e per un po’ non riuscirono a far altro che cercare di elaborare nelle proprie menti quello che era successo. Forse per questo nessuno di loro notò il modo in cui uno dei mannari aveva iniziato ad annusare l’aria.

«Umani! Dietro quel cespuglio ci sono degli umani!» e indicava proprio il loro nascondiglio.

Come se potesse servire a qualcosa Drom si appiattì al suolo e Doria si strinse a Slen, impedendogli di impugnare la spada o di muoversi, mentre tutte le creature che avevano udito il grido si giravano verso di loro.

Con un fruscio il gigante si fece strada tra gli arbusti e le sue enormi mani li afferrarono, sollevandoli da terra e trascinandoli nella radura. «È vero, ci sono tre umani

Un vociare concitato si levò dagli astanti. Solo la ragazza dai capelli neri mantenne la calma. Fino a quel momento era rimasta immobile sulla riva del lago, in attesa di qualcosa, e adesso che qualcosa stava accadendo, si voltò senza fretta.

Con un gesto lento posò una mano sul capo del mannaro, accarezzandolo con la dolcezza di una madre ad un figlio un po’ discolo. «Mark, non essere precipitoso. Non sono qui per farci del male», poi, con voce più ferma, si rivolse al gigante, «Sol, lasciali!»

Mark emise un ringhio basso e sordo. «Da quando sono in questo mondo gli umani non hanno fatto altro che portare guerra e morte, hanno cercato di conquistare Tarl-e-Sog con la forza e non hanno mai dimostrato nessun tipo di umiltà o comprensione nei nostri confronti. Non puoi chiederci di lasciarli impuniti».

«È vero!» Un coro di sostegno alle parole del mannaro si levò dalla folla. «Puniamo gli umani

«Silenzio!», ammonì la ragazza. «Se la Foresta li ha chiamati è perché così doveva essere e noi non abbiamo alcun diritto di decidere diversamente. Quindi vi ordino di lasciarli andare. E chi oserà toccarli verrà punito, siete avvisati!»

Ci fu ancora un mormorio di protesta, ma alla fine il gigante aprì le mani e lasciò liberi i ragazzi che si ritrovarono a fissare la loro salvatrice increduli e senza capire.

Lei si avvicinò loro con un largo sorriso. A Slen parve che indugiasse a lungo ad osservarlo, quasi stesse cercando si scrutarlo fino in fondo all’anima, prima di rivolgere un inchino ai due fratelli. «Principe Drom, principessa Doria, permettete che mi presenti. Io sono Rune».

I tre ragazzi la fissarono diffidenti, anche se il tono della sua voce era rassicurante e il suo sguardo li faceva sentire propensi a fidarsi di lei.

«Come sai chi siamo?» chiese Drom, trovando per un attimo il coraggio di reagire.

Rune continuò a sorridere benevola, «Potrei dirti che io conosco tutti gli abitanti della Terra dei Sogni, ma dubito che mi crederesti. Quindi preferisco risponderti che i principi degli umani non passano certo inosservati, anche se viaggiano con una scorta così esigua», rivolse a Slen un cenno del capo. «Siete persone importanti, i vostri volti non sono sconosciuti, nemmeno tra noi nativi. Diciamo che sono bene informata, anche se sono comunque curiosa di sapere il motivo che vi ha spinti a lasciare il vostro confortevole maniero in un periodo dell’anno in cui, sulla vostra isola, è facile imbattersi nei banditi».

I tre umani si scambiarono sguardi perplessi e imbarazzati, Slen cercò appoggio in quello di Doria, esitando a rivelare il motivo della loro fuga che ora, in quella situazione di pericolo, gli sembrava sciocco e banale.

A parlare per prima fu la principessa, lo sguardo tenuto abbassato. «Il re, mio padre, non approva certe mie scelte. Eravamo in cerca di un modo per metterlo di fronte al fatto compiuto».

La fanciulla annuì e non indagò oltre. Il suo sguardo penetrante si spostò su Drom. «E anche il giovane principe Drom si è unito a voi per aiutarvi?»

Drom si sentì avvampare. «Non potevo lasciare mia sorella da sola», la sua risposta fu semplice e veloce, ma la pronunciò senza guardare la ragazza negli occhi.

Aveva scoperto per caso i piani di fuga dei due giovani, ma non li aveva costretti a portarlo con sé solo per vegliare su Doria. C’era qualcosa che lo aspettava, qualcosa di grande, un’avventura che non voleva perdersi. Solo per questo aveva insistito per seguirli. Il suo presentimento sembrava essersi avverato, anche se ora avrebbe preferito essere rimasto a casa. E tuttavia il cuore continuava a battergli forte, come se quello fosse solo l’inizio di tutto.

«Capisco», disse Rune, dopo una breve pausa, distogliendo il giovane principe dai suoi pensieri, «E ora siete qui…»

«Ci siamo persi», si affrettò a giustificarsi lui, continuando poi con incertezza, «Non volevamo profanare la vostra festa».

«Non essere così spaventato, principe». Ancora una volta il dolce sorriso di Rune si dipinse sulle sue labbra per rassicurarli. «Perché hai paura della nostra festa?»

Drom abbassò lo sguardo, impacciato. «Ho sentito che chi vi ha assistito senza essere stato invitato è stato severamente punito e non è mai tornato a casa…»

Mark, il lupo mannaro, era ancora vicino a loro come molte altre creature dall’aspetto pericoloso e aveva sfoggiato un ghigno che subito si era tramutato in un basso ringhio di disappunto quando la ragazza aveva riso.

«Oh, principe Drom! Ti sbagli, non verrete puniti per aver assistito alla nostra Festa. Voi siete stati invitati ad assistervi, se così non fosse non sareste mai riusciti a entrare nella Foresta della Luna e a raggiungere il Lago. Non è forse vero che la Luna ha accarezzato anche voi coi suoi raggi?

«È la Foresta stessa a decidere chi ammettere a questa cerimonia. Essa appare ai prescelti, si presenta come un normale bosco, cosicché i viandanti vi entrino inconsapevoli, ma una volta dentro non c’è dubbio sul fatto che questo non sia un luogo normale. Avete notato gli alberi? In nessun altro luogo può crescerne insieme una tale varietà. Molti non li avrete nemmeno mai visti e non li rivedrete mai più. Qui ci troviamo in un’altra dimensione, fuori dal mondo, dove tutto è Foresta, una dimensione che è raggiungibile solo la notte in cui la Luna è completamente piena, quando sulla Terra dei Sogni la sua luce è ovunque.

«Questo perché il Creatore vuole ricordarci che, ovunque noi siamo, a qualunque razza apparteniamo, dividiamo un unico mondo».

I tre umani la ascoltarono stupiti, increduli nel sentire un simile discorso pronunciato da una ragazza che, ora ne erano certi, era una di quelle creature barbare. Lei ricambiò i loro sguardi e parve riflettere per qualche attimo, prima di riprendere a parlare.

«Voi non conoscete la storia di questa festa, vero? Non sapete come sia nata?»

Gli umani scossero il capo e allora lei iniziò a narrare.

«Dovete sapere che moltissimi anni fa, migliaia di anni, il Male si diffuse su questo mondo, dividendo le razze e i popoli che prima avevano vissuto in armonia. Per fortuna venne anche il tempo in cui il Male fu ricacciato indietro. Per celebrare quel momento il Creatore decise che, una volta al mese, la luna che era a lui così cara avrebbe illuminato con la sua luce discreta ogni angolo della Terra dei Sogni, per tutta la notte.

«Era il suo modo per ricordarci che questo mondo è uno solo e che siamo tutti fratelli.

«Alcuni di noi scelsero proprio quella notte per riunirsi e festeggiare la pace e l’amicizia tra le razze. Il Creatore se ne accorse e rimase commosso, perché l’odio non era riuscito a insediarsi stabilmente nel cuore delle sue creature. Quella notte piovve nonostante in cielo non vi fosse alcuna nuvola: erano le lacrime del Creatore. Esse si raccolsero in un piccolo avvallamento e formarono un laghetto in cui si specchiava la Luna. Tutti ci radunammo attorno ad esso, ammirati. I nostri cuori erano pieni di gioia e quella gioia era tutto attorno a noi.

«Il Creatore decise che quel momento dovesse durare per sempre e trasportò il bosco in una dimensione sospesa nel tempo, una dimensione dove tutto era bosco e dove gli alberi che vi crescevano erano di tante specie diverse quante erano le razze che vivevano sulla Terra dei Sogni. E questi alberi, nonostante fossero tutti diversi, crescevano e vivevano insieme. Poi il Creatore prese il cuore della Luna e lo mise al centro del laghetto per creare un legame tra i due mondi. Da allora, quando la Luna è piena, la dimensione della Foresta della Luna torna in contatto con la Terra dei Sogni e in quell’occasione alcuni prescelti vengono portati nella Foresta, per ricordare la gioia di essere un unico popolo, per ricordare di appartenere a un unico mondo. È così che è nata le Festa della Luna».

Rune terminò la sua storia, uno strano bagliore di nostalgia si rispecchiava nei suoi occhi e lei distolse lo sguardo, spostandolo sul lago. Nessuno dei ragazzi disse nulla. Quel racconto sembrava dipingere i mostri del continente come creature buone e amorevoli e questo li lasciava perplessi. Attorno a loro la piccola folla si era diradata e ora rimaneva solo Mark a fissarli con odio.

«È un peccato che nessuno vi abbia mai raccontato questa storia, ma non mi stupisce». La fanciulla era tornata a voltarsi. «Voi umani siete stati i benvenuti alle nostre feste per un periodo troppo breve. A quel tempo non passava mese senza che almeno uno di voi venisse a farsi baciare dalla nostra Luna. Ma dopo quelle che voi chiamate le Grandi Guerre, la Foresta non ha più chiamato nessuno di voi. Siete i primi, in quasi cinquant’anni, a prendervi parte».

Nessuno mai aveva parlato loro di rapporti amichevoli tra umani e nativi. I tre giovani si scambiarono occhiate stupite che poi rivolsero alla fanciulla. Lei si limitò a sorridere e a invitarli vicino a un fuoco.

«Venite con me, vi presenterò qualcuno. Non sarà possibile lasciare la Foresta prima dell’alba, ma mentre sarete qui nessuno vi farà del male. Siate i benvenuti tra noi». Senza attendere una risposta, diede loro le spalle e si avviò verso uno dei molti falò.

Slen, Doria e Drom esitarono a seguirla, ma Mark era ancora là vicino e li fissava con sguardo furioso. Non era il solo: anche se le altre creature erano tornate ad allontanarsi, tutti continuavano a lanciare loro occhiate sospettose e dure. Rune era l’unica che sembrava amichevole, così si affrettarono a raggiungerla.

Lei si era già seduta su un tronco disteso a terra a formare una panca. I tre umani non individuarono che all’ultimo momento i suoi interlocutori. Un brivido corse lungo la schiena di Doria al vedere le due figure diafane, ma Drom e Slen si sentirono impallidire. Come uomini d’arme avevano riconosciuto negli spettri le figure di due Cavalieri Bianchi e sapevano che tra tutte le creature lì presenti, erano forse questi a nutrire l’odio più profondo per gli umani.

Anche sull’isola di Aderan, dove vivevano gli umani, si conosceva la storia di quell’ordine cavalleresco, perché era motivo di vanto per i soldati umani essere stati artefici della sua scomparsa. Secondo quanto veniva raccontato, l’esercito dei Cavalieri Bianchi si era formato per contrastare un’invasione di minotauri avvenuta circa cinquecento anni prima e da allora era rimasto imbattuto, attestandosi come l’esercito più potente della Terra dei Sogni. Questo almeno fino alla comparsa degli umani, perché proprio durante le Grandi Guerre l’esercito di Aderan aveva annientato i nemici fino all’ultimo.

I due ragazzi non erano entusiasti di parlare con degli spettri, soprattutto se questi avevano motivo di odio verso la loro gente, ma si fecero coraggio e andarono avanti.

Quando giunsero al falò udirono le ultime parole di ciò che Rune stava dicendo. «…sarà una dura prova per loro, sono…»

«I tuoi ospiti stanno arrivando», la interruppe uno dei due spettri. La sua voce era profonda e dava l’impressione di giungere da molto lontano. Era alto e indossava un corsaletto finemente lavorato, decorato con disegni in oro. L’altro spettro era molto più giovane, quasi un ragazzino, il volto era sorridente e forse un po’ ingenuo. Indossava una semplice corazza di cuoio sopra una tunica rossa. Dietro di loro, a poca distanza, erano legati i fantasmi di due splendidi cavalli bianchi.

Rune si voltò verso gli umani. «Siete qui! Temevo non ci avreste raggiunti. Questi sono due miei amici, Ari e Kalib».

I tre umani si sedettero lontano rispetto agli spettri ed a nulla valsero gli inviti della fanciulla, neanche con tutta la propria forza di volontà Doria riuscì ad avvicinarsi più di tanto. Slen rimase accanto a lei e solo Drom fece qualche passo verso i due cavalieri. Provava una certa malinconica simpatia nei confronti di Kalib, forse perché sembrava avere la sua stessa età.

C’era una domanda che lo stava tormentando già da un po’ e la propose nel tentativo di rompere la tensione che era nell’aria.

«Tutti parlate la nostra lingua?»

Rune annuì. «Voi viaggiavate molto e la vostra lingua viaggiava con voi. Non è eccessivamente difficile e sono stati in molti a pensare di adottarla come lingua comune per i commerci e per comunicare più facilmente».

Quella semplice risposta dava vita a molte altre domande, ma non vi fu il tempo di porle. Ari si alzò e si gettò verso Doria. Sfrecciò oltre la sua spalla come un turbine dorato e si ricompose dietro di lei facendole lanciare un grido. Slen e Drom scattarono in difesa della ragazza, il cavaliere sguainando la spada e il principe ponendosi a scudo di lei.

Per un attimo attorno al fuoco scese un silenzio teso, poi Ari si avvicinò a Doria e aprì il pugno, mostrandole quello che sembrava un piccolo scorpione blu, con solo sei zampe. Un attimo dopo anche Rune stava fissando lo stesso insetto.

«Questo è uno shack. Non occorre che ti morda o ti punga, basta che lo strato gelatinoso che lo ricopre venga a contatto con la tua pelle, perché il suo veleno ti infetti. Generalmente provoca solo delle brutte irritazioni, ma se entra in circolo attraverso una ferita già aperta o un’escoriazione, allora potrebbero bastare dieci minuti per provocare la morte». Sulle sue labbra il sorriso divenne enigmatico, mentre fissava negli occhi Doria, «Era sulla tua spalla, principessa. A volte i nemici possono rivelarsi degli amici e gli amici dei nemici. Non sempre ciò che sembra è. Non dimenticatelo mai».

Doria deglutì, pallida in volto. Drom strinse a sé la sorella per confortarla, mentre Slen riponeva la spada cercando di vincere l’imbarazzo.

«Credo sia meglio che io vada ad avvisare tutti del nostro piccolo ospite inatteso, prima che qualcuno lo calpesti per errore.» Rune rivolse un lieve inchino con la testa a tutti e si allontanò.

«Grazie», riuscì a mormorare infine la principessa, rivolgendo un misero sorriso allo spettro.

Ari non rispose, ma si allontanò per lasciare cadere il pericoloso insetto al margine della radura, tra i rovi dove non potesse far male a nessuno. Quando tornò indietro si sedette accanto a Kalib. Nessuno dei due spettri rivolse più la parola ai tre umani, ma li fissavano con sguardo deluso.

Nemmeno i due principi e il cavaliere fecero alcuno sforzo per iniziare una conversazione e tra loro parlarono poco, scambiandosi rare frasi e commenti.

Slen in particolare passò molto tempo a riflettere su quello che sapeva degli esseri della Terra dei Sogni, confrontandolo con ciò che aveva detto loro Rune e con quanto aveva udito quella notte. Tutte le sue convinzioni venivano messe in dubbio e non sapeva se fidarsi della fanciulla dai capelli neri o se diffidare di lei, come gli era stato insegnato. Poi gli tornò in mente suo padre. Era morto quando Slen aveva dodici anni. Di lui, al giovane, restavano solo una spada e il ricordo di un uomo coraggioso coperto di cicatrici. Ricordò che non gli aveva mai detto di diffidare degli esseri della Terra dei Sogni, ma anzi, più volte aveva apertamente difeso gli elfi attirandosi l’inimicizia di molta gente. Fu per seguire l’esempio del padre che decise di fidarsi di Rune.

Lei ricomparve in quel momento, ridendo allegramente come se qualcuno avesse appena fatto una battuta. «È quasi l’alba, siete pronti a riprendere il vostro viaggio?»

Slen sorrise, contagiato dalla sua allegria, mentre Doria si stropicciava gli occhi assonnati.

«Com’è possibile che sia già l’alba?» Drom si dimostrò dubbioso, «È ancora così buio...»

Rune rise di gusto. «Oh principe! Non essere sciocco! Come può la luce del sole entrare in questo mondo che è fatto per la luna?»

Drom si sentì stupido e abbassò il capo imbarazzato, fu Slen a porre la successiva domanda. «Quindi ora potremo andarcene e lasciare la Foresta?»

La fanciulla annuì. «Tra poco la Foresta inizierà a svanire, ritirandosi lentamente dal nostro mondo e lasciandoci nuovamente là dove ci aveva trovati, è così che funziona. Però forse...», si interruppe guardando i loro volti che stavano iniziando a sentire gli effetti della stanchezza. «In passato a voi umani accadeva una cosa singolare, tutti vi addormentavate all’alba. Credo capiterà anche adesso, quindi non spaventatevi se doveste risvegliarvi in un luogo che non riconoscete. È normale».

«In un luogo che non riconosciamo?» Slen non ebbe il tempo di udire la risposta alla propria domanda, perché mentre Rune parlava le sue palpebre e quelle dei due principi si erano fatte pesanti e sentiva di starsi addormentando. Ebbe solo il tempo di vedere Ari e Kalib montare a cavallo e allontanarsi tra gli alberi che si facevano diafani, così come tutte le creature che stavano lasciando la radura, sparendo nella vegetazione ad una ad una o in piccoli gruppetti.

Il fuoco si affievolì rapido e un attimo dopo sia lui che i due principi erano profondamente addormentati.

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