• Shirll Weirdrow

L'Ultima Prova

Il Pinnacolo di Hazad si stagliava alto contro il cielo scuro, tetro monito per chiunque volesse avventurarsi nello Ilthas, dominio del Sire e delle stirpi che a lui si erano asservite. E noi là ci stavamo dirigendo.

Eravamo in cinque. Cinque ragazzi non ancora cavalieri che avevano ricevuto l’ordine di sorvegliare il passo. Nessuno ne era entusiasta.

Non eravamo pronti. Lo sapevamo, ma non lo avremmo ammesso. Non davanti agli altri. Quella era la nostra ultima occasione: se fossimo tornati indietro sani e salvi, ci saremmo guadagnati il titolo di Cavalieri Bianchi. Se non ce l’avessimo fatta, allora avremmo dovuto lasciare il castello di Seziv, rinunciare alle nostre ambizioni e tornarcene alle nostre case.

Se non ce l’avessimo fatta, era più probabile che il nostro viaggio fosse senza ritorno.

Eravamo lì perché tutti condividevamo una stessa debolezza: la superbia. Ci sentivamo migliori degli altri, ognuno aveva una sua abilità speciale che ci aveva inorgoglito, impedendoci di lavorare bene con i compagni. Così i maestri a Seziv avevano deciso di metterci alla prova: difendere il Pinnacolo di Hazad senza usare i nostri doni. Se lo avessimo fatto, avremmo fallito e saremmo stati ugualmente allontanati.

A mano a mano che ci avvicinavamo al Pinnacolo, la paura nell’aria si faceva sempre più densa, quasi tangibile. L’unico a non preoccuparsi di niente era Hymn, l’amroth dai capelli color del muschio. Lui se ne rimaneva in disparte, schivo come sempre. Ci osservava e lasciava che fossimo noi a decidere anche per lui.

Il primo a ritirarsi fu Ero, il centauro. L’aria era divenuta così densa che gli pareva di non poter respirare. Sapevamo che era il panico a mozzargli il fiato. Indossava una pesante armatura ed era bardato di tutto punto e tuttavia non si sentiva sicuro, non senza i suoi zoccoli.

La fiducia di Ero risiedeva tutta nella sua parte equina. Si impennava, scalciava, scartava. Questo era il suo modo di combattere. Ora che non poteva più farlo, si sentiva debole e inerme. Non ridevamo apertamente di lui, ma di nascosto ci faceva piacere vedere il suo disagio. Troppe volte, al castello, ci aveva fatto passare per sciocchi.

Mirin, l’elfa dai lunghi capelli, figlia dei boschi, gli si avvicinò e posò una mano sul suo avambraccio per calmarlo.

«Ero, sei un buon cavaliere. Sai combattere anche senza comportarti da cavallo».

Mirin era più brava a parlare con gli animali che con le persone. Ero allontanò la sua mano con un gesto brusco.

Kyre, l’elfo bianco, rise. «Mirin, si suppone che tu non debba usare i tuoi poteri per comunicare con le bestie».

L’elfa e il centauro si voltarono di scatto contro Kyre, che rise più forte vedendo la loro ira. Non facevano che litigare e insultarsi, incapaci di riconoscere che era questo atteggiamento che li aveva fatti finire qui, alle porte dello Ilthas.

I Cavalieri Bianchi dovevano essere un corpo affiatato, non un’accozzaglia di bambini capricciosi e irascibili.

Mirin liberò la propria frusta e fece avanzare il cavallo verso Kyre. «Smettila di offendere, arciere fallito».

Il sorriso di Kyre tremò, forse avrebbe tirato uno schiaffo all’elfa se Hymn non li avesse fermati.

«Smettetela!» I suoi occhi saettarono attorno a noi, il suo avvertimento fu un sussurro. «Ci vedono».

Tutti ci irrigidimmo e iniziammo a guardarci attorno nervosi. Era vero. Non eravamo del tutto soli.

Il nostro maestro e uno dei maghi di Seziv ci avevano accompagnati fino agli Acquitrini, la palude nebbiosa che raccoglie le acque a sud dello Ilthas. Il mago aveva aperto un portale, ci aveva trasportati dal Par-Amroth fin là risparmiandoci settimane di marcia. Poi, lui ed il maestro ci avevano lasciati. Loro sarebbero rimasti ad attendere, mentre noi ci eravamo avviati incontro alle nostre paure. E tuttavia sapevamo che ci stavano osservando. Non avevamo idea di quale forma avesse preso, ma di sicuro attorno a noi c’era lo sguardo del mago che sorvegliava affinché non barassimo.

Ero aveva scalpitato. «Basta, sono stanco di voi e di tutta questa storia».

Si era voltato e se n’era andato. Non era pronto ad abbassare la testa per collaborare con persone che non riuscivano ad accettare la sua diversità. Kyre e Mirin sbuffarono a disagio, ma nemmeno io dissi qualcosa per fermarlo. Avremmo dovuto essere una squadra, se non lo fossimo diventati prima di arrivare al Pinnacolo, potevamo anche dichiararci sconfitti.

La seconda a tornare indietro fu Mirin.

Mancavano poche leghe al Pinnacolo di Hazad, quando un sibilo fece impennare i cavalli. Lei non riuscì a trattenere il suo: senza l’innata capacità di comunicare con gli animali, il dono con cui si toglieva sempre dai guai, l’elfa si scoprì inerme. Forse non fece nemmeno un tentativo. L’animale fuggì per la strada che avevamo percorso, portando Mirin con sé. La aspettammo, ma quando ci rendemmo conto che non sarebbe ricomparsa, riprendemmo la via.

Arrivammo al posto di guardia al calar delle tenebre e ci preparammo per passarvi la prima notte. Sistemammo i giacigli e sorteggiammo i turni di guardia.

Il primo toccò a Kyre, l’elfo delle nevi. Fu il suo urlo a svegliarci: un troll delle rocce era uscito dalle nebbie che circondavano il passo e lo aveva attaccato.

Io ed Hymn ci unimmo all’elfo. Quella fu la prima volta che vidi Hymn preoccupato, ma a stupirmi di più fu la sua improvvisa sicurezza in battaglia. Hymn era un buon soldato, eseguiva gli ordini che gli venivano dati, ma non aveva iniziativa. Di solito aspettava che fossero gli altri a dirgli cosa fare.

Adesso però si era trasformato e stava combattendo senza che né io né Kyre dovessimo dirgli dove mettersi. Sorrisi, sentendo una nuova sicurezza: forse potevamo farcela a diventare Cavalieri.

Mentre io e Hymn distraevamo il troll, Kyre aveva incoccato una freccia. La mia sicurezza diminuì quando lo vidi esitare.

Era un elfo delle nevi, la sua abilità come arciere era innata. Al castello di Seziv ci stupiva con tiri impossibili dimostrandoci di essere molto più bravo di qualsiasi altro elfo bianco avessimo mai incontrato. Lui però, dentro di sé, era convinto che fossero le frecce magiche a donargli quell’abilità.

Adesso aveva in mano una freccia normale. Se avesse sbagliato, rischiava di colpire me o l’amroth.

«Kyre! Non temere!» Lo incoraggiai. «Lascia andare la freccia, non sbaglierai».

Mi diede ascolto. La freccia volò diritta verso il troll, infilandosi nel suo collo. Non fu sufficiente: quei maledetti sono vulnerabili solo al fuoco.

Il troll si voltò verso Kyre. E lo caricò.

Lo scontro si concluse con la fuga dell’elfo che, inseguito dal troll, cercò la salvezza nell’unico posto dove non l’avrebbe trovata: lo Ilthas.

Hymn urlò qualcosa per fermarlo, ma ormai era tardi.

Gli corremmo dietro, ma ci bloccammo quando incontrammo il muro di nebbia: un altro passo e saremmo stati nello Ilthas. Se avessimo fatto quel passo, se ci fossimo addentrati nella foschia, avremmo dovuto dire addio alla nostra investitura a Cavalieri.

Quello era l’ultimo divieto che ci era stato imposto: non dovevamo assolutamente entrare nello Ilthas. Era un territorio inospitale e pericoloso, là dentro saremmo stati alla mercé del Sire e solo un Cavaliere Bianco poteva sperare di sopravviverci. Così ci era stato detto.

Noi non eravamo Cavalieri Bianchi, ma nemmeno Kyre lo era. E il mostro che lo inseguiva non sarebbe stato clemente con lui.

Sapevo che, infondendo le mie armi con la magia come facevo a Seziv, avrei abbattuto il troll senza problemi. Ma io non potevo usare la magia. E non potevo entrare nello Ilthas. Non se volevo diventare un Cavaliere e rimanere a Seziv.

Mi bastò poco per prendere una decisione. Guardai Hymn e lui capì. Un compagno è più importante di qualsiasi cosa. Anche del più ambito dei titoli.

L’amroth mi sorrise e lasciò cadere il proprio travestimento, mostrandosi per ciò che era. Il nostro maestro, colui che ci aveva preparato per diventare Cavalieri Bianchi.

Allora capii che non aveva più nulla da insegnarmi e ci avviammo per salvare Kyre. Insieme, come due Cavalieri Bianchi.

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